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A noi. Un caffè da Torino per i miei lettori

Il Po fluiva tranquillo, gorgogliando annoiato. Il sole bruciava lento dietro le nuvole, calando piano oltre l’orizzonte. Il parco del valentino brulicava di gente e il mio caffè se lo beveva il venticello. Il suo vapore si confondeva al fumo della mia sigaretta e tutti e due si perdevano in mille ghirigori tra l’amaranto del tramonto.
-Non so se si brindi col caffè, ma in ogni caso…a noi- alzai i bicchiere verso l’alto. Le mie due amiche mi guardarono e sorseggiarono anche loro. “A noi”, ripensai.

un caffè senza parole

Entrai nel bar con disinvoltura come al solito, anche se quel giorno mi pesava come aprire una porta blindata. La donna dietro la cassa continuò, ignorandomi, a pulire con dedizione il suo bancone già splendete. Probabilmente non aveva molto altro da fare.
Mi appoggiai con i gomiti sul bancone e mi persi automaticamente tra i pensieri. Lei non batté ciglio, si girò verso la macchinetta del caffè e posizionò una tazzina sotto il beccuccio di metallo.
Io non dissi niente. Mi sembrava così naturale che una qualsiasi persona vedendomi, senza dire nulla, avrebbe messo su un caffè.
Me lo servì poi con naturalezza e io lo presi tra le labbra con altrettanta naturalezza. Il caffè era buono. Gustoso.
-Lo sapevo- intervenne lei mentre continuava a pulire frenetica il suo bancone.
-Cosa?- risposi io anche un po’ infastidito.
-Che non bevevi il caffè. E penso che non bevi molto altro…-.
-E questo come fa a saperlo?- continuai mentre anche io ritornavo sulla mia tazzina.
-Si vede..-.
Non risposi sta volta. Finì il caffè e lasciatole un euro sul bancone uscì dal bar con le mani in tasca.
-..si vede dalle labbra e dagli occhi. Troppo scuri-.
Concluse mentre chiudevo la porta alle mie spalle

Storia di un caffè ex speciale

C’era una volta un caffè speciale. Viveva nella sua tazzina strana: era scura con mille ghirigori intarsiati sulla ceramica, mille ghirigori dai lineamenti confusi tra onde, fili di cotone, fili d’erba. Si confondevano, punto. E dice già tanto. Viveva, questo caffè speciale dalla tazzina strana, su un piattino d’argento e si sa l’argento è invidioso dell’oro. Si sa l’argento stringe i denti per l’oro. Ma questa è un’altra storia. C’era insomma questo caffè che un bel giorno incontro un bel paio di dita affusolate, dalle unghia color carne, naturali, senza smalto, leggermente lunghe che lo afferravano con forza per portarlo ad una bocca rossa come i rubini. Il caffè sapeva che quella bocca non era sua, quelle dita non erano sue perché avevano ancora il segno della tazzina dorata. Ma gli piaceva pensare che comunque era la tazzina speciale di quelle dita, gli paiceva pensare che comunque sarebbe rimasto lì a contemplare a farsi bere da quelle labbra, pensava che comunque tutto sarebbe andato tranquillo, che tutto sarebbe rimasto speciale.
Ma la specialità è come una farfalla. Il giorno dopo muore. Specie se arriva un’altra tazzina. D’argento stesso forse. Ma è nuova e si sa le novità attirano.

Sapete come fini la storia del caffè speciale dalla tazzina scura e strana? Finì in una credenza di ragnatele mentre quella dita stringevano una nuova tazzina speciale. Finì che le labbra non avevano gustato bene. Finì in cocci. Finì…

The winter’s coming. Il caffè del ritorno.

I fiori esplodevano sui rami quella settimana. Sentivo profumo di primavera ovunque. Tu eri lontana e i miei pensieri erano lontani. Con te. Camminavo tra le rovine di Lecce, ma i pensieri erano lontani. Con te. Il tepore del sole mi scaldava la pelle,ma i pensieri erano lontani. Da te. Sei ritornata con sorpresa. Sei ritornata più silenziosa, più modesta ma comunque bellissima. Sei ritornata. Ho bevuto un caffè. Uno dei più dolci e amari insieme. E finalmente. Finalmente i pensieri erano qui.

Un caffè al mostro

Ero appoggiato alla finestra del bagno. Nel buio della casa e nel tiepido chiarore della luna ti parlavo a bassa voce, piano, come se la mia voce fosse sul tuo collo, come se tu fossi dormendo, come se non potessi parlare a voce piena per paura che qualcuno scoprisse. Che scoprisse semplicemente che parlavo con te.
Ma ad un certo punto la tua voce freme, si interrompe. Lo stomaco si chiude. -Pinago..-biascichi piano. Capisco che i sussurri non vanno bene più. Capisco la persona orribile che sono diventato. Capisco che è ora di dormire.
Chiudo.
Ma nel buio della casa preparo un caffè. Lo faccio forte. Denso. Ne sento il profumo mentre i magoni mi piegano lo stomaco e lo bevo con la speranza di annegare i sensi di colpa. Con la speranza di annegare sensi di colpa che nuotano e galleggiano e, cazzo, se rimangono sempre lì. 

 

Un caffè d’auguri Papà, anche se tardi.

Tornò a casa, seduto ancora lì a quel tavolo. Aveva i capelli neri arruffati, le mani grandi piene di tagli e dure come la roccia. Le aveva poggiate sul tavolo aspettando. La barba ispida, il volto tondo e gli occhiali sul naso.
-Ah ascolta me, prova all’accademia militare. Provaci. Solo lì c’è futuro-.
Mi addolorava sentirlo dire così ogni volta, sentire la sua poca fiducia nel mio cervello, nelle mie capacità. Nelle parole che riuscivo a mettere insieme. Io non rispondevo mai, annuivo con il mio silenzio. Sistemavo la moka del caffè e accendevo il fornello. Lui continuava. Era festa del papà, forse il più bel regalo sarebbe stato dirgli che l’avrei fatto. Che ci avrei provato.
-Ti piace il caffè papà?- gli chiesi quando cominciò a berlo tra un’esortazione e l’altra.
-Si è uscito bene, ma senti me…- continuò.
E io che pensavo invece “senti me, un giorno passeremo insieme alla storia”.
Tanti auguri.

Il primo caffè

La cucina profumo di buono, di crostata nel forno. Aveva quell’aria stanca del dopo mangiato,quando i piatti sono incolonnati nel lavandino, quando le briciole giacciono pigre ancora sulla tovaglia e qualche macchia di sugo ne colora l’apatia. La cucinava profumava, ma mancava un profumo. 
Mia madre chiacchierava ad alta voce con le vicine di casa appollaiate al mio tavolo come passeri che aspettano di spiluccare qualche pettegolezzo o bella notizia. Io guardavo la tv, annoiato,sul divano.
-Tu lo prendi? Si. Tu? Ok..Tu? Così preparo le tazzine-.
Dopo un paio di minuti di chiacchiere inutili, di cui davvero non conoscevo l’esistenza e l’eventuale, se ben scarsa, importanza, l’ultimo profumo aleggio nella stanza. Quel profumo. Il profumo. Mi voltai verso il tavolo e mia madre versava cauta del liquido marrone nelle tazze. MI avvicinai furtivo mentre lo zucchero pioveva in quella ceramica tonda.
-Ne voglio un po’- gridai. Mia madre mi accontentò con un sorso. -Non di più che ti fa male-.
-Blee è amaro- dissi io. -Come fate a berlo?-.

E poi guarda te il destino.

Nel caffè si beve molto più di ciò che si crede. Un caffè al giorno e vediamo che succede…