Storia di un caffè ex speciale

C’era una volta un caffè speciale. Viveva nella sua tazzina strana: era scura con mille ghirigori intarsiati sulla ceramica, mille ghirigori dai lineamenti confusi tra onde, fili di cotone, fili d’erba. Si confondevano, punto. E dice già tanto. Viveva, questo caffè speciale dalla tazzina strana, su un piattino d’argento e si sa l’argento è invidioso dell’oro. Si sa l’argento stringe i denti per l’oro. Ma questa è un’altra storia. C’era insomma questo caffè che un bel giorno incontro un bel paio di dita affusolate, dalle unghia color carne, naturali, senza smalto, leggermente lunghe che lo afferravano con forza per portarlo ad una bocca rossa come i rubini. Il caffè sapeva che quella bocca non era sua, quelle dita non erano sue perché avevano ancora il segno della tazzina dorata. Ma gli piaceva pensare che comunque era la tazzina speciale di quelle dita, gli paiceva pensare che comunque sarebbe rimasto lì a contemplare a farsi bere da quelle labbra, pensava che comunque tutto sarebbe andato tranquillo, che tutto sarebbe rimasto speciale.
Ma la specialità è come una farfalla. Il giorno dopo muore. Specie se arriva un’altra tazzina. D’argento stesso forse. Ma è nuova e si sa le novità attirano.

Sapete come fini la storia del caffè speciale dalla tazzina scura e strana? Finì in una credenza di ragnatele mentre quella dita stringevano una nuova tazzina speciale. Finì che le labbra non avevano gustato bene. Finì in cocci. Finì…

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