Un caffè d’auguri Papà, anche se tardi.

Tornò a casa, seduto ancora lì a quel tavolo. Aveva i capelli neri arruffati, le mani grandi piene di tagli e dure come la roccia. Le aveva poggiate sul tavolo aspettando. La barba ispida, il volto tondo e gli occhiali sul naso.
-Ah ascolta me, prova all’accademia militare. Provaci. Solo lì c’è futuro-.
Mi addolorava sentirlo dire così ogni volta, sentire la sua poca fiducia nel mio cervello, nelle mie capacità. Nelle parole che riuscivo a mettere insieme. Io non rispondevo mai, annuivo con il mio silenzio. Sistemavo la moka del caffè e accendevo il fornello. Lui continuava. Era festa del papà, forse il più bel regalo sarebbe stato dirgli che l’avrei fatto. Che ci avrei provato.
-Ti piace il caffè papà?- gli chiesi quando cominciò a berlo tra un’esortazione e l’altra.
-Si è uscito bene, ma senti me…- continuò.
E io che pensavo invece “senti me, un giorno passeremo insieme alla storia”.
Tanti auguri.

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Il primo caffè

La cucina profumo di buono, di crostata nel forno. Aveva quell’aria stanca del dopo mangiato,quando i piatti sono incolonnati nel lavandino, quando le briciole giacciono pigre ancora sulla tovaglia e qualche macchia di sugo ne colora l’apatia. La cucinava profumava, ma mancava un profumo. 
Mia madre chiacchierava ad alta voce con le vicine di casa appollaiate al mio tavolo come passeri che aspettano di spiluccare qualche pettegolezzo o bella notizia. Io guardavo la tv, annoiato,sul divano.
-Tu lo prendi? Si. Tu? Ok..Tu? Così preparo le tazzine-.
Dopo un paio di minuti di chiacchiere inutili, di cui davvero non conoscevo l’esistenza e l’eventuale, se ben scarsa, importanza, l’ultimo profumo aleggio nella stanza. Quel profumo. Il profumo. Mi voltai verso il tavolo e mia madre versava cauta del liquido marrone nelle tazze. MI avvicinai furtivo mentre lo zucchero pioveva in quella ceramica tonda.
-Ne voglio un po’- gridai. Mia madre mi accontentò con un sorso. -Non di più che ti fa male-.
-Blee è amaro- dissi io. -Come fate a berlo?-.

E poi guarda te il destino.

E se voleste un caffè?

E vi è mai successo di prendere un caffè da soli?
Sicuramente tante volte, ma vi è mai successo di prenderlo pensando di essere in compagnia?
Vi è mai successo di pensare a qualcuno che mettesse la sua spalla a fianco alla vostra?
Vi è mai successo di bere quel caffè di corsa per poterlo abbracciare e perdersi nel suo fantasma?
E se poi vi è successo di sentire la sua mancanza sciolta nel caffè, non abbattetevi.
Vi è successo di volerle qualcuno a tutti i costi vicino anche se lontano ottocento chilometri?
E di voler sentire il caffè sulle sue labbra?

Tu voli e io bevo, ok?

Non aveva mangiato neanche quel giorno. Mi guardava con gli occhietti neri, vacui. Era sola ormai in quella gabbia e io le fischiettavo da lontano per farle compagnia. Così. Quasi per sostituire lui, il suo piccolo compagno. Così. Come se veramente il mio fischio potesse essere equiparato al loro canto. Mi sedevo poi spesso a fianco alla gabbietta e canticchiavo, fischiettavo per non farla sentire sola. Ma lei rimaneva appollaiata sul suo legnetto rosso. Le sue piume erano azzurre ghiaccio.
Un giorno mi feci un caffè e mi sedetti a fianco a lei. Cominciai a berlo e fischiettavo come al solito. Fischiettavo. Si. Io però.
Lei? Silenzio. Guardava me. O forse il caffè

Caffè dell’Altra ( un racconto di j)

Una gioia avevo al giorno e volevo gustarmela dopo pranzo, quando il sole sulla Sicilia batteva con forza. O meglio, con più forza. Perchè qui sembra battere sempre e comunque. Anche con le nuvole lo senti forte dietro loro, lo senti bruciare comunque.
Le strade accoglievano un placido silenzio e il bar era vuoto. Il barman puliva distrattamente il suo bancone e si sorpresa a vedermi entrare.
-Un caffè, grazie-. Non rispose. Eseguì prontamente come un automa. Pochi secondi e il caffè era sul mio bancone. Mi spostai i capelli dietro l’orecchio facendo dondolare piano l’orecchino. Acchiappai delicatamente lo zucchero e lo lasciai cadere come neve nel mio caffè.
Ero pronta a gustarlo, le labbra erano quasi sul bordo quando la porta si aprì per lasciar trapelare un filo di aria gelida. Mi voltai.
Era lei . Sua sorella. Aveva il suo stesso sorriso, i suoi stessi occhi. Ma lei non poteva riconoscermi, lei non poteva sapere della mia esistenza. 
-Un cocktail sanpellegrino- ordinò lei con eleganza. Piaceva anche a lui.
Non poteva sapere che suo fratello mi amava in segreto. Non poteva sapere delle notti nascoste. Non poteva.
Presi allora la mia tazzina che ormai ruotavo da secoli. E nonostante tutto quel caffè era dolceamaro.
E ovviamente quello era il caffè dell’Altra.

Nel caffè si beve molto più di ciò che si crede. Un caffè al giorno e vediamo che succede…