Caffè discriminatori

Gesticolava fortemente con le sue manone, qua e là, come con due grandi bandiere. Una dialettica formidabile. Grandi labbra e barba incolta brandita con fierezza. Il caffè intanto si raffreddava e la gente entrava a fiumi nel bar. Io continuavo a stare in silenzio, un po’ indifferente e un po’ irritato.
-Non c’è niente da dire. Che non si lamentino le donne se poi i mariti impazziscono e li fanno fuori-.

Lo guardai incredulo. Il sopracciglio si inarcò spontaneo. Non gli sputai in viso il caffè che avevo in bocca perché sarebbe stato uno spreco, e comunque non era più abbastanza bollente da fargli male.

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Un caffè anche per te

Vedevo il fuoco nei suoi occhi. Si gettavano qua e là, dissennati, in cerca di qualcosa o di qualcuno. Io ruotavo il caffè in quell’esile bicchierino di caffè e cercavo di far seguire ai miei occhi i suoi.
La sua bocca era ferma, congelata, paralizzata. L’aria era pesante e puzzava di ospedale. Il suo letto bianco e il mio caffè nero, come i suoi occhi.

Ci soffiai su. Il fumo danzò nell’aria arrivando verso il suo viso e i suoi occhi brillarono, quasi ne stessero bevendo un po’ anche loro.  Il suo corpo ancora immobile, ogni tanto scosso da spasmi. Il mio pietrificato dai brividi.

Alzai il bicchiere.
-Questo lo bevo anche per te-.

Un caffè silenzioso

Leggeva qualcosa con aria interessata. Notò che dopo aver letto qualche pagina chiuse quel libro e dalla borsa ne tirò fuori un altro e si mise a consumarlo avidamente.
-Oh un caffé? Si grazie mille- gli rispose. Lo guardò divertita e sorpresa e ripose tutto, subito, in borsa. Spostandosi lasciò aleggiare nell’aria un alone di Loverdose e di pagine di libri letti e consunti. Le sue mani era decise, come i lineamenti del suo viso. Era lineamenti di donna.
Quando afferrò il caffè lo bevve piano, controllando più volte il cellulare. Gli aveva parlato poco ma quelle poche volte aveva sfoderato un accento impeccabile.
Probabilmente era più abituata a far trapelare i suoi messaggi dai suoi gesti. Forse nella sua famiglia funzionava così.

Il primo caffé.

Un po’ di caffè scivolò sul lavandino. Gli tremavano le mani quel pomeriggio e non sapeva il perché. Aveva un nodo in gola, di quelli anonimi, difficili da rintracciare, così difficili da scacciare. Il tramonto non c’era: al suo posto solo un tiepido cielo grigio malato che aspettava di morire sotto il peso della notte, oltre l’orizzonte. Quando la moka fischiò, il nodo era lì, le nuvole pure. Il caffè scivolò piano sul fondo della tazzina e un alone di fumo aleggiava nell’aria. Si sedette al divano, assaporandolo.
-Uno al giorno- pensò. -Uno al giorno e speriamo che esca buono-. 

Istruzioni per l’uso (dicevano non più di 90 caratteri)

Che poi lo dico io che è strano. Ho sempre odiato le istruzioni per l’uso, mai letta una, sempre strappate tutte. Le ho odiate perché le cose non possono essere vissute tramite istruzioni, ma tramite le mani. Le mani sanno tutto, sanno già tutto. Anche come montare un mobile, dagli tempo e se lo ricordano. Sanno tutto senti me. Le cose vanno osservate e vissute: non ho mai letto il libretto di istruzioni su come si sbottonasse un reggiseno, eppure l’ho sempre fatto.

Il problema è un altro.
Questo blog che diavolo è?
Un caffè al giorno. Ogni giorno una persona diversa. Ogni persona diversa, una storia a sé.
Il problema è questo. Ce la faremo? Io a scriverlo e voi a berlo?

Nel caffè si beve molto più di ciò che si crede. Un caffè al giorno e vediamo che succede…