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Un caffè d’auguri Papà, anche se tardi.

Tornò a casa, seduto ancora lì a quel tavolo. Aveva i capelli neri arruffati, le mani grandi piene di tagli e dure come la roccia. Le aveva poggiate sul tavolo aspettando. La barba ispida, il volto tondo e gli occhiali sul naso.
-Ah ascolta me, prova all’accademia militare. Provaci. Solo lì c’è futuro-.
Mi addolorava sentirlo dire così ogni volta, sentire la sua poca fiducia nel mio cervello, nelle mie capacità. Nelle parole che riuscivo a mettere insieme. Io non rispondevo mai, annuivo con il mio silenzio. Sistemavo la moka del caffè e accendevo il fornello. Lui continuava. Era festa del papà, forse il più bel regalo sarebbe stato dirgli che l’avrei fatto. Che ci avrei provato.
-Ti piace il caffè papà?- gli chiesi quando cominciò a berlo tra un’esortazione e l’altra.
-Si è uscito bene, ma senti me…- continuò.
E io che pensavo invece “senti me, un giorno passeremo insieme alla storia”.
Tanti auguri.

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Un buon vecchio caffè

Le guardavo spesso le mani quando stringeva quel cucchiaino. Sistemava molto caffè, inspiegabilmente, tutto in una sola piccola moka. Dava dei colpetti decisi con la parte curva del cucchiaino e quel caffè sembrava sistemarsi da solo. Le mani nodose tremavano un po’ e qualche granello scivola via sulla tovaglia bianca.
-Farà diciott’anni tra due anni? Bene, se sarò ancora viva, sarebbe bello vederla-.
-Ma nonna, che dici?!-:
Mi sentì quasi a disagio per essere vivo,per essere così giovane e in forze.
-Quando sei alla mia età ogni giorno è prezioso. Oggi ci sono, domai chissà-.
La guardai mentre parlava della sua morte con strana naturalezza. I capelli canuti e ovattati le rendevano il volto ancora più tondo e dolce. Non risposi per il momento.
Il caffè arrivò fumante nelle tazzine.
-E per ora beviamoci ‘sto caffè- intervenne lei nuovamente.
-Tanti auguri nonna- risposi io. 

E se nel mio caffè ci fosse un brindisi?

Il mare gorgogliava iracondo fuori dalle vetrate. Il vetro lasciava intravedere le prime gocce di pioggia cadere sull’asfalto e tremolava ai soffi impetuosi del vento. Il buio della notte non aiutava, tanto meno  il neon malato del bar. Si respirava un profumo di caffè, intenso e corposo. I nostri giubbotti strisciavano mentre tentavamo di passarci le tazzine e le bustine dello zucchero. C’era chi ruotava il suo cucchiaino già aspettando che tutti avessimo addolcito quel caffè.
Ci guardammo, come se quelle tazzine fossero dei bicchieri di spumante.
Nessuno di noi quattro brindò. Ma io lo feci dentro.
Così.
Sperando che quel caffè fosse l’augurio di ritrovarci ancora lì fra qualche anno.