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Parto?

L’orologio ticchettava sulle ore in modo incessante, perentorio, quasi a mettermi fretta.
Io invece ruotavo il mio cucchiaino molto piano. Non avevo voglia di correre.
Non avevo voglia di aver fretta. Non avevo voglia di nulla, in verità:
Il cielo sogghignava tra le gocce fredde e il cielo grigio. La stazione brulicava di gente, così come 
il suo bar in cui gustavo il mio caffè. Avevo la valigia al mio fianco.
Buttai il caffè giù che nonostante le bustine di zucchero era amaro.
-Vuole un bicchiere d’acqua, signore?-.
Annuì. Presi il bicchiere e lo guardai. 
Forse non avevo neanche voglia di bere. 
Forse in fondo non avevo molta voglia di partire.

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Caffè tra le labbra

Entrai nel bar pieno di confusione. Chiacchiere poco importanti qua e là: calcio, crisi, politici. Classico.
Ma i miei occhi erano fissi su di lei. I suoi capelli biondi, fluenti, splendevano come fili dorati e seguivano la linea perfetta della sua schiena. Mi avvicinai a passi lenti, mentre l’odore di caffè cominciò a impossessarsi del mio naso. Odore forte di caffè, misto al suo Loverdose.
-Ehi ciao, vuoi un caffè?- mi chiese sorridendo. La guardai e come se mi avvicinassi sempre di più ad uno specchio per guardare meglio, mi incollai alle sue labbra. Sapore di caffè.
-Grazie l’ho appena preso-.

Un caffè per la crisi

Passavo ogni mattina da lì ed era sempre lì con il suo faccione pieno di barba bianca ispida come spilli, la tua testa tonda e il suo ape verdone. Se ne stava in un parcheggio vuoto con il suo mezzo e un cartello di cartone che brandiva sul parabrezza. “Faccio qualsiasi tipo di trasporto. Gino chiamare al…”. Lo guardavo ogni mattina con curiosità e anche un po’ di pena. Un caffè glielo avrei offerto prima o poi.

Lo mescolava con lo zucchero lentamente, come se fosse stanco, come se il cucchiaino pesasse. Ma penso gli pesasse più il mondo. Penso gli pesasse di più aspettare uno stralcio di lavoro in quel parcheggio, penso gli pesasse ancor di più sperare, perchè, ok, che la speranza è l’ultima a morire, ma la speranza pesa. Assai. 
-Grazie del caffè eh?-.
-Capirai- risposi io. Lo bevve con gusto.

-Mi trasporteresti all’università?- gli chiesi poi.

E se nel mio caffè ci fosse un brindisi?

Il mare gorgogliava iracondo fuori dalle vetrate. Il vetro lasciava intravedere le prime gocce di pioggia cadere sull’asfalto e tremolava ai soffi impetuosi del vento. Il buio della notte non aiutava, tanto meno  il neon malato del bar. Si respirava un profumo di caffè, intenso e corposo. I nostri giubbotti strisciavano mentre tentavamo di passarci le tazzine e le bustine dello zucchero. C’era chi ruotava il suo cucchiaino già aspettando che tutti avessimo addolcito quel caffè.
Ci guardammo, come se quelle tazzine fossero dei bicchieri di spumante.
Nessuno di noi quattro brindò. Ma io lo feci dentro.
Così.
Sperando che quel caffè fosse l’augurio di ritrovarci ancora lì fra qualche anno.