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Il primo caffè

La cucina profumo di buono, di crostata nel forno. Aveva quell’aria stanca del dopo mangiato,quando i piatti sono incolonnati nel lavandino, quando le briciole giacciono pigre ancora sulla tovaglia e qualche macchia di sugo ne colora l’apatia. La cucinava profumava, ma mancava un profumo. 
Mia madre chiacchierava ad alta voce con le vicine di casa appollaiate al mio tavolo come passeri che aspettano di spiluccare qualche pettegolezzo o bella notizia. Io guardavo la tv, annoiato,sul divano.
-Tu lo prendi? Si. Tu? Ok..Tu? Così preparo le tazzine-.
Dopo un paio di minuti di chiacchiere inutili, di cui davvero non conoscevo l’esistenza e l’eventuale, se ben scarsa, importanza, l’ultimo profumo aleggio nella stanza. Quel profumo. Il profumo. Mi voltai verso il tavolo e mia madre versava cauta del liquido marrone nelle tazze. MI avvicinai furtivo mentre lo zucchero pioveva in quella ceramica tonda.
-Ne voglio un po’- gridai. Mia madre mi accontentò con un sorso. -Non di più che ti fa male-.
-Blee è amaro- dissi io. -Come fate a berlo?-.

E poi guarda te il destino.

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E se mi racconti tu il tuo caffè? Io ti ascolto. Io lo riscrivo.

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Un incontro speciale. Una storia strana. Un personaggio stravagante. Un pensiero da regalare. Un momento da descrivere e far leggere poi a qualcuno. Una caffè di protesta. Insomma io ti ascolto. Io poi lo riscrivo. Tu poi lo leggi. Tu poi sorridi. Tu poi lo bevi. Che aspetti?

Un caffè a J., prego.

Ed anche quel giorno misi il punto ad un altro post. Tolsi lentamente gli occhiali dal viso e mi stropicciai gli occhi. Abbassai la musica e stirai la schiena. Mi sentivo pieno. Soddisfatto di aver finito un altro post. Soddisfatto di aver tirato fuori da me qualcos’altro.
Mi diressi verso la cucina e sistemai la mia moka come la mia donna. Quando fischiò presi due tazzine e le poggiai sul tavolo.
-Ed un caffè per me c’è?-.
-Ho sistemato due tazzine appositamente- continuai io mentre continuavo verso il mio caffè.
Lei si sedette alla sedia accavallando le gambe e guardandomi con gli occhi grandi.
-Mi son piaciuti molto i tuoi blog. Li ho letti con attenzione-.
-Ti ringrazio. Anche il tuo è molto intrigante-.
Arrivai in cucina e le versai il caffè nella tazzina. Poi versai il mio e sedendomi portai la tazzina alle labbra. Avido.
-Visto? Il caffè promesso è arrivato- intervenni io.
Lei sorrise e poi poggiò il suo rossetto rosso sul bordo.
-Ti ringrazio-. Sembrò apprezzare e una goccia marrone le rimase impigliata sul bordo.
Esitai,
-Era abbastanza dolce?-.
Posò un dito sulla goccia per levarla via.
-Non molto- mi rispose.
-Colpa delle tue labbra- conclusi io. -Troppo dolci anche per un cucchiaino e un po’-.

Istruzioni per l’uso (dicevano non più di 90 caratteri)

Che poi lo dico io che è strano. Ho sempre odiato le istruzioni per l’uso, mai letta una, sempre strappate tutte. Le ho odiate perché le cose non possono essere vissute tramite istruzioni, ma tramite le mani. Le mani sanno tutto, sanno già tutto. Anche come montare un mobile, dagli tempo e se lo ricordano. Sanno tutto senti me. Le cose vanno osservate e vissute: non ho mai letto il libretto di istruzioni su come si sbottonasse un reggiseno, eppure l’ho sempre fatto.

Il problema è un altro.
Questo blog che diavolo è?
Un caffè al giorno. Ogni giorno una persona diversa. Ogni persona diversa, una storia a sé.
Il problema è questo. Ce la faremo? Io a scriverlo e voi a berlo?