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un caffè senza parole

Entrai nel bar con disinvoltura come al solito, anche se quel giorno mi pesava come aprire una porta blindata. La donna dietro la cassa continuò, ignorandomi, a pulire con dedizione il suo bancone già splendete. Probabilmente non aveva molto altro da fare.
Mi appoggiai con i gomiti sul bancone e mi persi automaticamente tra i pensieri. Lei non batté ciglio, si girò verso la macchinetta del caffè e posizionò una tazzina sotto il beccuccio di metallo.
Io non dissi niente. Mi sembrava così naturale che una qualsiasi persona vedendomi, senza dire nulla, avrebbe messo su un caffè.
Me lo servì poi con naturalezza e io lo presi tra le labbra con altrettanta naturalezza. Il caffè era buono. Gustoso.
-Lo sapevo- intervenne lei mentre continuava a pulire frenetica il suo bancone.
-Cosa?- risposi io anche un po’ infastidito.
-Che non bevevi il caffè. E penso che non bevi molto altro…-.
-E questo come fa a saperlo?- continuai mentre anche io ritornavo sulla mia tazzina.
-Si vede..-.
Non risposi sta volta. Finì il caffè e lasciatole un euro sul bancone uscì dal bar con le mani in tasca.
-..si vede dalle labbra e dagli occhi. Troppo scuri-.
Concluse mentre chiudevo la porta alle mie spalle

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E se nel mio caffè ci fosse un brindisi?

Il mare gorgogliava iracondo fuori dalle vetrate. Il vetro lasciava intravedere le prime gocce di pioggia cadere sull’asfalto e tremolava ai soffi impetuosi del vento. Il buio della notte non aiutava, tanto meno  il neon malato del bar. Si respirava un profumo di caffè, intenso e corposo. I nostri giubbotti strisciavano mentre tentavamo di passarci le tazzine e le bustine dello zucchero. C’era chi ruotava il suo cucchiaino già aspettando che tutti avessimo addolcito quel caffè.
Ci guardammo, come se quelle tazzine fossero dei bicchieri di spumante.
Nessuno di noi quattro brindò. Ma io lo feci dentro.
Così.
Sperando che quel caffè fosse l’augurio di ritrovarci ancora lì fra qualche anno.

Istruzioni per l’uso (dicevano non più di 90 caratteri)

Che poi lo dico io che è strano. Ho sempre odiato le istruzioni per l’uso, mai letta una, sempre strappate tutte. Le ho odiate perché le cose non possono essere vissute tramite istruzioni, ma tramite le mani. Le mani sanno tutto, sanno già tutto. Anche come montare un mobile, dagli tempo e se lo ricordano. Sanno tutto senti me. Le cose vanno osservate e vissute: non ho mai letto il libretto di istruzioni su come si sbottonasse un reggiseno, eppure l’ho sempre fatto.

Il problema è un altro.
Questo blog che diavolo è?
Un caffè al giorno. Ogni giorno una persona diversa. Ogni persona diversa, una storia a sé.
Il problema è questo. Ce la faremo? Io a scriverlo e voi a berlo?