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un caffè senza parole

Entrai nel bar con disinvoltura come al solito, anche se quel giorno mi pesava come aprire una porta blindata. La donna dietro la cassa continuò, ignorandomi, a pulire con dedizione il suo bancone già splendete. Probabilmente non aveva molto altro da fare.
Mi appoggiai con i gomiti sul bancone e mi persi automaticamente tra i pensieri. Lei non batté ciglio, si girò verso la macchinetta del caffè e posizionò una tazzina sotto il beccuccio di metallo.
Io non dissi niente. Mi sembrava così naturale che una qualsiasi persona vedendomi, senza dire nulla, avrebbe messo su un caffè.
Me lo servì poi con naturalezza e io lo presi tra le labbra con altrettanta naturalezza. Il caffè era buono. Gustoso.
-Lo sapevo- intervenne lei mentre continuava a pulire frenetica il suo bancone.
-Cosa?- risposi io anche un po’ infastidito.
-Che non bevevi il caffè. E penso che non bevi molto altro…-.
-E questo come fa a saperlo?- continuai mentre anche io ritornavo sulla mia tazzina.
-Si vede..-.
Non risposi sta volta. Finì il caffè e lasciatole un euro sul bancone uscì dal bar con le mani in tasca.
-..si vede dalle labbra e dagli occhi. Troppo scuri-.
Concluse mentre chiudevo la porta alle mie spalle

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E se mi racconti tu il tuo caffè? Io ti ascolto. Io lo riscrivo.

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Un incontro speciale. Una storia strana. Un personaggio stravagante. Un pensiero da regalare. Un momento da descrivere e far leggere poi a qualcuno. Una caffè di protesta. Insomma io ti ascolto. Io poi lo riscrivo. Tu poi lo leggi. Tu poi sorridi. Tu poi lo bevi. Che aspetti?

Caffè dell’Altra ( un racconto di j)

Una gioia avevo al giorno e volevo gustarmela dopo pranzo, quando il sole sulla Sicilia batteva con forza. O meglio, con più forza. Perchè qui sembra battere sempre e comunque. Anche con le nuvole lo senti forte dietro loro, lo senti bruciare comunque.
Le strade accoglievano un placido silenzio e il bar era vuoto. Il barman puliva distrattamente il suo bancone e si sorpresa a vedermi entrare.
-Un caffè, grazie-. Non rispose. Eseguì prontamente come un automa. Pochi secondi e il caffè era sul mio bancone. Mi spostai i capelli dietro l’orecchio facendo dondolare piano l’orecchino. Acchiappai delicatamente lo zucchero e lo lasciai cadere come neve nel mio caffè.
Ero pronta a gustarlo, le labbra erano quasi sul bordo quando la porta si aprì per lasciar trapelare un filo di aria gelida. Mi voltai.
Era lei . Sua sorella. Aveva il suo stesso sorriso, i suoi stessi occhi. Ma lei non poteva riconoscermi, lei non poteva sapere della mia esistenza. 
-Un cocktail sanpellegrino- ordinò lei con eleganza. Piaceva anche a lui.
Non poteva sapere che suo fratello mi amava in segreto. Non poteva sapere delle notti nascoste. Non poteva.
Presi allora la mia tazzina che ormai ruotavo da secoli. E nonostante tutto quel caffè era dolceamaro.
E ovviamente quello era il caffè dell’Altra.